1998-2018: per Mannucci Droandi vent’anni di Campolucci nel segno di Tachis

Se c’era una cosa che riusciva a intrigare il maestro Giacomo Tachis erano le storie… Così, nel corso della sua dinamica vita, i cui ritmi erano scanditi sia dal produrre grandi vini che dallo studio dei classici e dalla ricerca, non potevano certo essergli sfuggite le vicende enoiche di una delle zone a più antica vocazione della Toscana, il Valdarno Superiore.

Ci troviamo nei versanti orientali e occidentali della valle dell’Arno a monte di Firenze, compresi fra la Val di Chiana, la Val di Sieve, i monti del Chianti e il Pratomagno, a metà strada tra Firenze, Arezzo e Siena. Queste terre, che insistono propriamente intorno al letto del fiume Arno, tra la piana aretina e i colli fiorentini, si trovano nell’area d’influenza del clima temperato e freddo, ma risentono, soprattutto in estate, del clima mediterraneo che ne condiziona in maniera determinante e positiva la fase finale del ciclo vegetativo, permettendo alle uve di raggiungere una maturazione completa e progressiva. Cose di cui già gli antichi erano perfettamente a conoscenza, visto che nel I secolo d.C. Plinio il Vecchio, nel XIV libro della Naturalis Historia, dedicato alla viticoltura italica, indica chiaramente le aree circostanti Arezzo come tra le migliori per la produzione viticola dell’epoca, facendo esplicito riferimento alle numerose varietà d’uve di qualità ivi coltivate. Non stupisce quindi che già allora la Regio VII Augustea, ossia l’Etruria, venisse ricordata principalmente per i vini che nascevano nell’interno, zona del Valdarno Superiore in testa. Definitiva consacrazione a zona d’eccellenza viticola è poi il bando “Sopra la Dichiarazione de’ Confini delle quattro regioni Chianti, Pomino, Carmignano e Vald’Arno di Sopra” emesso da Cosimo III de’ Medici il 24 settembre 1716: 4 territori che possono così vantare un importante riconoscimento storico che testimonia e rafforza la loro vocazione per la produzione di vini di gran qualità. Questo bando granducale costituisce il primo esempio di delimitazione di zone d’origine dei vini in Italia in chiave moderna e trae origine da una lunga serie d’esperienze commerciali che avevano ormai consolidato il valore qualitativo dei prodotti enologici di quei territori. Zone che già allora riscuotevano un tal successo da far nascere nella mente del lungimirante Granduca l’idea di proteggerle e tutelarle, visto che la produzione enologica era una delle principali risorse del tessuto socio-economico. Ma non finisce qui: Cosimo III istituì anche le “Congregazioni di Vigilanza” sulla produzione del vino, considerato così rappresentativo del ‘decoro della Nazione’ che occorreva mantenerne alta e tutelarne la qualità. Proprio nel cuore del Valdarno Superiore, precisamente in prossimità dell’antico borgo fortificato di Caposelvi nei pressi di Mercatale Valdarno, si trova l’azienda Mannucci Droandi, che trae origine dalle tradizioni agricole di entrambe i rami delle 2 famiglie, viticoltori da 3 generazioni: se i Mannucci furono piccoli proprietari terrieri in Valdarno almeno dai primi dell’Ottocento, i Droandi, d’origine probabilmente padana, si ha certezza che dal Seicento furono coltivatori in Carmignano e poi fattori, come Lorenzo Droandi – esponente di quell’élite d’agricoltori moderni e preparati che s’ispirava agli insegnamenti di Cosimo Ridolfi e Bettino Ricasoli – che nella seconda metà dell’Ottocento fu “ministro” (amministratore) della Fattoria del Borro a San Giustino Valdarno, alla quale conferì la sistemazione giunta fin quasi ai nostri giorni. Oggi le attività, portate avanti con dedizione e scrupolosità da Roberto Mannucci Droandi col fondamentale supporto della moglie Maria Grazia Mammuccini, a sua volta proveniente da un’antica famiglia d’agricoltori, si concentrano presso il podere Campolucci, costituito da una grande casa colonica di remota costruzione già presente nei Catasti Granducali – è tuttora il centro aziendale, il cui piano terreno ospita la cantina – proprietà della famiglia dal 1929, quando venne acquistato dai nonni materni Ezio Mannucci e  Carafa, discendente da una nobil famiglia napoletana. Le originarie coltivazioni promiscue di vite, olivo e cereali furono sostituite attorno al 1970 da vigneti e oliveti specializzati per iniziativa di Alberto Mario Droandi e Matilde Mannucci, genitori dell’attuale proprietario: “Qui ci sono state le vacche chianine, che servivano a lavorare il terreno, fin quando ero piccolo – ci dice Roberto, che ha il portamento di un aristocratico ma frequenta molto più le vigne dei salotti, con indosso sempre le sue immancabili giacche maremmane da vero toscano – perché i trattori furono comprati solo verso la fine degli anni Sessanta, ma per consolidata tradizione familiare già mio nonno Ezio teneva molto alla qualità dei suoi vini. La mia prima vendemmia fu il 1975, ma ero studente, lo facevo per divertimento e per l’azienda fu anche il primo esperimento d’imbottigliamento che poi purtroppo fu interrotto per un lungo periodo perché ci fu, a seguito dell’eccessiva produzione di vino a causa dei piani Feoga, un crollo verticale del prezzo del vino toscano per 2 motivi, a mio avviso, uno perché c’era troppa produzione e l’altro perché cominciava a essere assolutamente inadatto al tipo di mercato e di richiesta. Contemporaneamente al cambio della struttura sociale, cambiavano anche i gusti e le necessità: ai tempi della mezzadria il vino era un alimento, ma negli anni Settanta cominciava a non esserlo più. Quindi bisognava farne meno, ma meglio e in una tipologia differente per un consumatore diverso. Purtroppo ci volle un pò di tempo per capirlo e la crisi fece sì che io non mi dedicassi subito al podere perché non c’erano gli spazi economici per poterlo fare. Ho fatto la Scuola Navale Militare “Francesco Morosini” di Venezia, famoso istituto di formazione della Marina Militare Italiana, sono stato imbarcato più volte sulla famosa nave scuola Amerigo Vespucci, ma la carriera militare non faceva per me e m’iscrissi alla Facoltà di Lettere dell’Università a Firenze, quindi diciamo che la passione per l’agricoltura era al di fuori del corso di studi… L’ho riscoperta successivamente come professione, decidendo di concentrarmi sul mio podere con nuove impostazioni e nuovi auspici perché da troppo tempo ormai facevamo vino destinato agli imbottigliatori industriali”. Una storia interessante, scaturita da un radicale cambio di mentalità imprenditoriale… “Per un gran lasso di tempo ci siamo limitati a vendere tutto il vino in partita e soltanto nei primi anni Novanta abbiamo deciso d’impegnarci e assumere come standard nuove tecniche agronomiche ed enologiche, ma ciò ha significato ingenti investimenti nei vigneti (nuovi impianti con cloni selezionati e ristrutturazione dei vecchi) e in cantina (acquisizione d’attrezzature enologiche allo stato dell’arte), la verifica dell’effettivo potenziale qualitativo, l’adeguamento della nostra stessa mentalità produttiva in senso qualitativo”. Ed è in questo periodo, complici le importanti esperienze istituzionali della moglie Maria Grazia Mammuccini, una vita nel mondo dell’agricoltura e allora direttore dell’Arsia (agenzia regionale toscana per lo sviluppo e l’innovazione nel settore agricolo forestale), che avviene la conoscenza col maestro Giacomo Tachis durante la “Conferenza dell’Agricoltura” del 1996. Nonostante fosse al vertice della sua luminosa carriera e considerato l’artefice indiscusso del rinascimento moderno del vino italiano, Tachis era ancora un curioso che per passione si spingeva anche a conoscere e sviluppare le aree viticole meno importanti, ma di grandi potenzialità. Sicuramente incuriosito dall’antica storia enoica di questo territorio, che si presentava sempre intensamente vitato, nonché per il rapporto umano d’affinità che subito si era creato con Roberto e Maria Grazia, nel 1997 decise d’andare a visitare questa piccola azienda agricola aretina di circa 25 ettari, di cui 12 a vigneto e il resto a bosco con un terroir particolare e di notevole interesse costituito da terreni alluvionali di medio impasto con argille, limo e un po’ di sabbie a un’altitudine di 250 metri s.l.m., ottimamente esposti a Sud sulla sommità di una collina: “Questo grande padre dell’enologia del Dopoguerra con semplicità e senza investimenti importanti cambiò la nostra mentalità di produttori, dal modo di coltivare la vigna a quello di fare il vino – ricordano Roberto e Maria Grazia – probabilmente senza il suo sprone e incoraggiamento forse per noi il nuovo corso dell’imbottigliamento non sarebbe mai arrivato. E tutto mai per denaro, ma solo per amicizia, infatti a noi non ha mai chiesto nulla, anche perché un consulente enologico come lui non sarebbe stato alla portata di una piccola azienda”. Coniugando la tradizione locale con l’innovazione, un po’ anche sulla scia del momento, dalle sue mani nacquero le prime due annate 1998 (10mila bottiglie) e 1999 (13mila bottiglie) del supertuscan Campolucci – toponimo d’origine latina, “campo del bosco sacro” – allora blend di 50% Sangiovese e vitigni bordolesi, un 30% di Cabernet Sauvignon e un 20% di Merlot, che prende il nome dall’antico podere. Fu lui a impostare tutta la cantina, a far arrivare le prime barriques francesi, a insegnare a gestire un parco botti e vasche improntato su un vino di qualità e da invecchiamento. Tachis aveva a disposizione per la maggior parte vigne vecchie, le più giovani in quel momento avevano 5/6 anni, per le cui uve impose una macerazione lunga per estrarre tutto il corpo e il colore naturale per poi affinare in legno (solo il 30% nuovo) per 24 mesi e infine un ulteriore anno di vetro”. Visti i pochi esemplari pervenuti fino a noi, abbiamo avuto la fortuna di poter degustare questi vini e siamo rimasti sorpresi dalla loro capacità di reggere il tempo.
Il Campolucci 1998 è un rosso certamente evoluto, dal color rubino granato, al naso è ricco di delicati profumi terziari dolci, cannella, scorza d’arancia, carrubo per poi evolvere verso sottile china, pepe, delicata sensazione di chiodo di garofano e infine virare sul floreale. In bocca è rotondo e morbido, mantenendo caratteristiche interessanti in ordine all’eleganza con un legno misurato, un blend molto ben amalgamato, ma con lo zampino di Tachis, chi avrebbe potuto dubitarne? Il Campolucci 1999, seconda annata e ultima firmata direttamente dal maestro, si sente subito che è figlio di una grandissima vendemmia per la Toscana: dal color rubino intenso e cupo di buona tonalità, al naso evidenzia una bella componente floreale di viola secca che accompagna un corredo di frutta rossa e nera matura, frutti di sottobosco, ciliegie di Vignola e confettura di mirtilli per poi, con l’ossigenazione, andare verso note di rabarbaro, caffè, cuoio, cioccolata e vaniglia. L’ingresso in bocca, subito saporito e strutturato, t’avvolge in una bella sensazione di terra bagnata per un finale lungo e invitante, che fa venir voglia di berlo e riberlo. Proprio un bel rosso, vivo, complesso, ben espresso, d’estrema eleganza e profondità, al quale la maturità ha donato compiutezza. Con l’annata 2000 il testimone enologico passa da Giacomo Tachis a Gianfrancesco Paoletti, suo allievo di lungo corso, che segue l’evoluzione stilistica tracciata dal mentore: “Come formazione ho seguito l’Istituto Tecnico Agrario delle Cascine a Firenze, ma ero talmente affascinato dalla figura del dottor Tachis, che frequentava casa mia essendo amico di famiglia dei miei genitori, che m’appassionai all’enologia. E quando m’iscrissi all’Università il dottore mi disse che a lui non importava se mi fossi laureato o meno, l’importante era che studiassi tanto. Così, diplomatomi a luglio del 1981, già a settembre entrai in laboratorio presso le cantine Antinori a fianco di Tachis, dove sono rimasto fino al 1996, quando mi sono dedicato alla libera professione. Sempre su sua indicazione ho implementato un mio laboratorio d’analisi perché lui era molto scientifico, voleva un supporto analitico importante e si fidava di me, così per quasi trent’anni abbiamo lavorato a stretto contato. E anche se dal 2000 volle che fossi io a seguire enologicamente il Campolucci, lui mantenne sempre il ruolo di supervisore, infatti immancabilmente gli portavo i campioni in assaggio”. Se la vendemmia del passaggio di millennio segue le prime 2 con lo stesso uvaggio, la 2001 e la 2003 – qui annata eccezionale per il Sangiovese – vedono una maggior percentuale di Cabernet Sauvignon, che sale al 40% e scendere la quota di Merlot, che va al 10%, mentre viene deciso di non uscire se non nelle annate migliori, infatti non vengono prodotti per il mercato i millesimi 2002 e 2004. E anche all’assaggio dal 2003 si sente un cambio di passo con una maggior ricchezza di profumi e consistenza, caratteri tutti che evocano a pieno quelle colline solatie. Ma il vero cambio di passo è col mai per denaro, ma solo per amicizia, infatti a noi non ha mai chiesto nulla, anche perché un consulente enologico come lui non sarebbe stato alla portata di una piccola azienda”. Coniugando la tradizione locale con l’innovazione, un po’ anche sulla scia del momento, dalle sue mani nacquero le prime due annate 1998 (10mila bottiglie) e 1999 (13mila bottiglie) del supertuscan Campolucci – toponimo d’origine latina, “campo del bosco sacro” – allora blend di 50% Sangiovese e vitigni bordolesi, un 30% di Cabernet Sauvignon e un 20% di Merlot, che prende il nome dall’antico podere. Fu lui a impostare tutta la cantina, a far arrivare le prime barriques francesi, a insegnare a gestire un parco botti e vasche improntato su un vino di qualità e da invecchiamento. Tachis aveva a disposizione per la maggior parte vigne vecchie, le più giovani in quel momento avevano 5/6 anni, per le cui uve impose una macerazione lunga per estrarre tutto il corpo e il colore naturale per poi affinare in legno (solo il 30% nuovo) per 24 mesi e infine un ulteriore anno di vetro”. Visti i pochi esemplari pervenuti fino a noi, abbiamo avuto la fortuna di poter degustare questi vini e siamo rimasti sorpresi dalla loro capacità di reggere il tempo. Il Campolucci 1998 è un rosso certamente evoluto, dal color rubino granato, al naso è ricco di delicati profumi terziari dolci, cannella, scorza d’arancia, carrubo per poi evolvere verso sottile china, pepe, delicata sensazione di chiodo di garofano e infine virare sul floreale. In bocca è rotondo e morbido, mantenendo caratteristiche interessanti in ordine all’eleganza con un legno misurato, un blend molto ben amalgamato, ma con lo zampino di Tachis, chi avrebbe potuto dubitarne? Il Campolucci 1999, seconda annata e ultima firmata direttamente dal maestro, si sente subito che è figlio di una grandissima vendemmia per la Toscana: dal color rubino intenso e cupo di buona tonalità, al naso evidenzia una bella componente floreale di viola secca che accompagna un corredo di frutta rossa e nera matura, frutti di sottobosco, ciliegie di Vignola e confettura di mirtilli per poi, con l’ossigenazione, andare verso note di rabarbaro, caffè, cuoio, cioccolata e vaniglia. L’ingresso in bocca, subito saporito e strutturato, t’avvolge in una bella sensazione di terra bagnata per un finale lungo e invitante, che fa venir voglia di berlo e riberlo. Proprio un bel rosso, vivo, complesso, ben espresso, d’estrema eleganza e profondità, al quale la maturità ha donato compiutezza.
Con l’annata 2000 il testimone enologico passa da Giacomo Tachis a Gianfrancesco Paoletti, suo allievo di lungo corso, che segue l’evoluzione stilistica tracciata dal mentore: “Come formazione ho seguito l’Istituto Tecnico Agrario delle Cascine a Firenze, ma ero talmente affascinato dalla figura del dottor Tachis, che frequentava casa mia essendo amico di famiglia dei miei genitori, che m’appassionai all’enologia. E quando m’iscrissi all’Università il dottore mi disse che a lui non importava se mi fossi laureato o meno, l’importante era che studiassi tanto. Così, diplomatomi a luglio del 1981, già a settembre entrai in laboratorio presso le cantine Antinori a fianco di Tachis, dove sono rimasto fino al 1996, quando mi sono dedicato alla libera professione. Sempre su sua indicazione ho implementato un mio laboratorio d’analisi perché lui era molto scientifico, voleva un supporto analitico importante e si fidava di me, così per quasi trent’anni abbiamo lavorato a stretto contato. E anche se dal 2000 volle che fossi io a seguire enologicamente il Campolucci, lui mantenne sempre il ruolo di supervisore, infatti immancabilmente gli portavo i campioni in assaggio”. Se la vendemmia del passaggio di millennio segue le prime 2 con lo stesso uvaggio, la 2001 e la 2003 – qui annata eccezionale per il Sangiovese – vedono una maggior percentuale di Cabernet Sauvignon, che sale al 40% e scendere la quota di Merlot, che va al 10%, mentre viene deciso di non uscire se non nelle annate migliori, infatti non vengono prodotti per il mercato i millesimi 2002 e 2004. E anche all’assaggio dal 2003 si sente un cambio di passo con una maggior ricchezza di profumi e consistenza, caratteri tutti che evocano a pieno quelle colline solatie. Ma il vero cambio di passo è col2006, quando nel blend entra un nuovo vitigno, il Syrah, le cui vigne erano state impiantate nel 2002 ed esce completamente il Sangiovese. Il Campolucci da allora fino a oggi – escludendo le annate 2009 e 2012, che non sono uscite sul mercato – rimarrà composto da un uvaggio di circa 40/50% Cabernet Sauvignon, 30/40% Merlot e 10/20% Syrah. Alla degustazione le annate dalla 2006 in avanti si dimostrano certamente più concentrate, strutturate e complesse con la caratteristica costante di una frutta molto matura e la confettura di prugna in evidenza, ma quello che più ci ha stupito è che certamente si sentono le differenze legate al cambio di blend, ma non così evidenti come ci si sarebbe naturalmente aspettato, a dimostrazione che qui il territorio marca più del vitigno. Anzi, possiamo affermare che s’identificava benissimo la stessa filosofia di fondo e una medesima matrice comune, un fil rouge che legava strettamente tutte le annate, dal gran rigore stilistico, per una zona, soprattutto negli ultimi anni, molto calda, seppur favorita dell’influenza mitigatrice del fiume Arno e del Pratomagno che rinfrescano. Roberto, come si produce oggi il Campolucci? “È un lavoro davvero impegnativo che proviene da scelte agronomiche adeguate che garantiscono uve di gran qualità: conduzione del terreno parte con lavorazioni minime e parte con inerbimento permanente, allevamento a cordone speronato corto, potatura severa durante l’inverno, gestione attenta della chioma, diradamento dei grappoli durante l’estate, sfogliatura e vendemmia in vari passaggi per una prima selezione delle uve in vigna e poi in cantina. Infine tanti anni di pratica mi consentono di governare al meglio le fermentazioni: le uve vengono diraspate e pigiate delicatamente poi vinificate in tini di media capacità (30 ettolitri) con macerazione prolungata (20 giorni) gestita tramite rimontaggi intervallati a déléstages. Dopo la svinatura e la pressatura soffice delle vinacce, la tempestiva effettuazione della fermentazione malolattica costituisce la necessaria premessa per la successiva maturazione. L’attenta modulazione dei legni (nuovi per una piccola percentuale e di secondo, terzo e anche quarto passaggio, francesi e di altre provenienze), nei quali sosta per almeno 24 mesi e 6 mesi in vetro, ne esaltano le caratteristiche fino a raggiungere quell’equilibrio organolettico e quella morbidezza che ci permettono di presentarlo con orgoglio come il frutto più importante delle nostre fatiche”. E quest’anno si festeggia la ventesima vendemmia del Campolucci… “Dobbiamo ringraziare il fatto di aver avuto la fortuna e l’onore d’incontrare sulla nostra strada un signor enologo, padre di molti gioielli enologici, che si dedicò a tante aziende minori, come la nostra, solo allo scopo d’aiutarle – commentano Roberto Mannucci Droandi e la moglie Maria Grazia Mammuccini, che sono l’anima dell’azienda – Tachis è stata un’opportunità non ripetibile e, seppur sia rimasto con noi solo per pochi anni, è rimasto sempre un riferimento importantissimo. Anche per la svolta verso la sostenibilità ambientale con la scelta del passaggio alla conduzione biologica, consentendoci negli anni una rinaturalizzazione del vigneto che ha acquistato uno splendido equilibro vegeto– produttivo. Ma siamo davvero orgogliosi che oggi tutto questo gran lavoro ci abbia permesso d’arrivare a produrre vini da destinare alla bottiglia finalmente adeguati al nostro ideale con l’intento per entrambi sia di continuare una tradizione familiare che di valorizzare le proprie esperienze professionali nel settore agricolo. La vendemmia 1998 ha visto nascere il primo vino, quello che, fin dall’inizio, avevamo in mente di produrre, ma siamo coscienti, anche dopo vent’anni, di avere ancora molta strada da percorrere e per questo ogni vendemmia costituisce un momento di riflessione, il punto d’arrivo delle fatiche di un anno, ma anche di partenza verso obiettivi più elevati. Perché il nostro progetto ha come obiettivo la qualità del prodotto, ma anche del territorio, cercando d’unire quanto di meglio possono offrire la tradizione da un lato e l’innovazione dall’altro, nell’intento di continuare nel migliore dei modi quanto le generazioni precedenti hanno saputo costruire”.