Biagio di Bugia · Monumento vivente della viticoltura gigliese

Un personaggio della viticoltura gigliese degli ultimi cinquant’anni è sicuramente Biagio di Bugia, ultimo rappresentante della dinastia dei Bugia, soprannome storico di questa famiglia arrivata all’isola del Giglio nel Settecento, appunto dal porto tunisino di Bugia.

“Al Giglio l’economia si è sempre basata su viticoltura, pastorizia e poca pesca, sviluppatasi solo dall’Ottocento. Mio nonno paterno aveva molte vigne e mio nonno materno faceva il pastore, aveva ben 300 capre e vendeva il latte anche al porto. Infatti la parte alta della montagna era tutta utilizzata come pascolo, mentre nella parte più bassa iniziavano le vigne, che arrivano fin quasi al mare e l’uva, a parte quella che veniva vinificata per l’autoconsumo, veniva portata con le barche a Civitavecchia per arrivare poi a Roma, com’è sempre stato fin dal tempo dei romani. La vita al Giglio allora imponeva l’autonomia, cioè per l’alimentazione quotidiana tutto doveva esser fatto all’interno dell’isola: l’olio, i legumi, che venivano conservati per il lungo inverno, i pomodori, le verdure, il grano per la farina… E tutto veniva portato al Castello, dove le case erano composte dall’abitazione nella parte superiore, mentre sotto c’era la cantina, il magazzino per i viveri e la stanza dell’asino: l’ultimo è morto due anni fa, mentre, quand’ero giovane, al Giglio gli asini erano ben 600, ogni famiglia ne aveva almeno uno, che servivano per ogni tipo di trasporto, ma maggiormente per l’uva vendemmiata, perché metà Giglio era coltivato a vigna e qualche vigna distava più di due ore d’asino dal Castello… Mi ricordo quando tutte le famiglie vinificavano col torchio, ognuna nella propria antica cantinetta di pietra e in tutto il paese si spandeva quel magico profumo di mosto appena spremuto. È finito tutto con l’apertura della miniera al Campese, quasi tutti abbandonarono il faticoso lavoro in vigna per lo stipendio sicuro che garantiva, però nel contempo s’avvelenavano i polmoni, poi all’inizio degli anni Sessanta è iniziato il turismo e le campagne sono state quasi tutte definitivamente abbandonate”. Raccontaci della viticoltura gigliese… “Per prima cosa, essendo una zona molto ventosa, è necessario tenere le piante più basse possibile, agendo con la potatura e la scacchiatura poi vanno tenute pulite, cioè zappate a mano più volte durante l’anno, perché la terra, che qui è sabbia, essendo un luogo asciutto, deve respirare, come devono respirare le radici delle viti. La vendemmia tradizionalmente iniziava il giorno dopo San Mamiliano, il patrono dell’isola, ma ora s’inizia anche prima. E qualcuno ammostava già nei palmenti in campagna, che al tempo degli Etruschi erano a cielo aperto e poi più recentemente, si fa per dire, coperti da un capannello. Oggi la nostra la chiamano viticoltura eroica perché non è possibile, al contrario che in continente, usare il trattore, tutto deve necessariamente esser fatto a mano, a partire dai muretti a secco, che risalgono al periodo dell’Impero Romano”. E la vinificazione? “L’uva veniva fatta bollire nella tina di legno e si bagnava il cappello, capovolgendolo per non far inacidire il mosto, dopo 5/6 giorni di fermentazione si svinava con le bucce e si metteva il vino in botti di legno di castagno, dove stava finché non veniva travasato, solitamente per la festa dei morti, dopo iniziava a esser chiaro ed era pronto per esser venduto, ma nessuno in passato etichettava il vino”. Ci parli del colore dell’Ansonaco? “In purezza è giallo paglierino poi se viene fatto stare più sulle bucce e s’aggiunge un po’ d’uva rossa diviene più scuro, direi ambrato. Ed è un bianco che può invecchiare, io posseggo delle bottiglie di 15 anni ancora buone, ma ho sentito di vini validi dopo ben 25 anni… Anticamente era un po’ tanninoso perché tutto veniva pigiato coi piedi, raspo compreso, ma allora ai gigliesi il loro Ansonaco piaceva così”. Oggi il Giglio è conosciuto soprattutto per il bianco Ansonaco, ma anticamente era anche una grande zona di rossi… “L’esperienza di secoli diceva che, per esempio dove ci troviamo ora, la valle del Corvo, veniva bene solo il Sangiovese e altre uve rosse – c’è un documento in comune che testimonia come un anno furono prodotti ben ottomila barili di rosso – gli Ansonaco erano più a sud, mentre nella parte che guarda il continente verso Porto Santo Stefano c’erano poche vigne, lì si coltivavano frutta, ortaggi, grano e a nord c’erano gli oliveti”. Ma quand’eri giovane s’andava spesso in continente? “Magari una volta l’anno, non era come ora che ci sono tutti questi traghetti, ce n’era uno solo che partiva la mattina e tornava la sera, ma ti voglio raccontare la storia della Balina, una vecchia donna del Castello: tutte le mattine andava alla sua vigna vicino al faro di Capel Rosso, che chiamavano Pietrabona e poi la sera tornava a casa al Castello, sempre lo stesso tragitto per decenni. Non si sa come e perché, un giorno decide di salire in cima al poggio sopra la strada, che affacciava verso l’Argentario e vede un paese lì sotto ai piedi della montagna, che non aveva mai visto: non è una leggenda, è una storia vera, ti rendi conto, si trattava solo di Giglio Porto, ma lei in ottant’anni non aveva mai fatto nulla di diverso dalla strada tra la vigna e il Castello, figuriamoci andare in continente e poi perché? A fare cosa? Qui c’era tutto!”