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	<title>Oinos - Vivere di vino &#187; Produttori</title>
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	<description>La rivista sul vino</description>
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		<title>Albatreti, un vino giovane da una tradizione antica</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2015 14:28:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’azienda agricola “Albatreti”, condotta con grande passione da Gaetano Salvioni &#8211; ilcinese molto attaccato alle tradizioni e membro di una famiglia di cui molti esponenti sono coinvolti nel mondo del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>L’azienda agricola “Albatreti”, condotta con grande passione da Gaetano Salvioni &#8211; ilcinese molto attaccato alle tradizioni e membro di una famiglia di cui molti esponenti sono coinvolti nel mondo del Brunello &#8211; col fondamentale aiuto del cognato Mario Bizzarri, si trova in un lembo nascosto e intimo della collina di Montalcino, in posizione sud ovest a un’altitudine che va da 400 a 500 metri s.l.m. e prende il nome dall’omonimo podere, che è sempre stato così indicato fin nelle cartine più antiche.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-560" title="albatreti" src="http://www.oinosviveredivino.it/wp-content/uploads/2015/12/albatreti-150x112.jpg" alt="" width="150" height="112" />Il toponimo probabilmente deriva dal fatto che i boschi del luogo fossero molto ricchi d’alberi e cespugli d’albatro, un arbusto sempreverde molto ramificato, coi rami giovani di color rossastro, detto alche corbezzolo. Tipica essenza della macchia mediterranea, è uno dei principali componenti del sottobosco e si trova a ospitare contemporaneamente fiori e frutti maturi, cosa che lo rende particolarmente ornamentale per la presenza sull’albero di tre vivaci colori, il rosso dei frutti, il bianco dei fiori e il verde delle foglie. Infatti l’albatro è famoso per un’altra ragione, diciamo “storico politica”: a metà Ottocento fu preso come emblema floreale della nascente Italia e, antico simbolo del Tricolore, è proprio all’origine dei colori della bandiera italiana. Tornando al territorio ilcinese, non possiamo non ricordare che nella ritualità rurale i rami si usava porli nelle case contadine sopra le culle dei bambini per preservarli dalle influenze negative delle streghe e degli spiriti maligni. Ma, a parte queste superstizioni, un altro uso compagnolo molto importante e concreto era quello del legno, robusto e pesante, ottimo combustibile per il riscaldamento casalingo, utilizzato su camini e stufe, ma il suo utilizzo maggiore a Montalcino era sicuramente per i saporiti arrosti locali durante le ottobrate, feste famose già dal Medioevo, grazie alle sue caratteristiche molto aromatiche. “Anticamente la proprietà era della famiglia Donzellini &#8211; ci racconta Gaetano Salvioni &#8211; poi decisero di venderlo negli anni Sessanta, quando i mezzadri venivano agevolati per l’acquisto dei poderi, così fu ceduto ai vecchi coltivatori, che erano i nonni di mia moglie, Alfredo e Isola Caselli, che avevano anche quattro figli, due maschi e due femmine, una famiglia contadina vecchio stampo. Allora il Brunello a Montalcino era solo agli albori, infatti principalmente la conduzione economica del podere era basata sull’allevamento del bestiame, c’erano quattro vacche nella stalla, per le quali giornalmente falciavano le erbe per dargli da mangiare e poi vendevano i vitelli. La maggior parte dei terreni era coltivata a olivo, c’erano addirittura un migliaio di piante, allora la raccolta durava da dicembre fino a marzo e si andava a mano con la cistella olivo per olivo, purtroppo per la maggior parte furono decimati dalla grande gelata del 1985. Infine c’era una piccola vigna, subito sopra alla casa, di soli 1.500 metri, che veniva chiamata ‘vigna fitta’, infatti si poteva lavorare solo a mano, senza attrezzi e il vino era fatto solo per uso domestico, non ne veniva fatto commercio”. E cosa è successo quando hai preso in mano il podere? “Sono arrivato agli Albatreti, che si trova in una zona un po’ isolata, dov’è difficoltoso arrivare, anche se è parte d’un sentiero da trekking che si trova su tutte le guide turistiche, nel 1995 e dopo un anno ho portato il primo trattore in azienda, un Fiat 435, perché fino ad allora non esisteva niente a motore, la famiglia Caselli lavorava solo con la falce, la zappa, la picchetta e comunque hanno continuato a venire in campagna la domenica, ci davano delle indicazioni, c’aiutavano a lavorare, c’hanno un po’ instradato&#8230; Mi sono reso subito conto che l’olivicoltura rendeva pochissimo, poi ogni olivo che era rinato aveva fatto quattro o cinque polloni, ma non erano stati curati nella crescita e non erano stabili come piante, addirittura era proprio pericoloso salirci con le scale. Inizialmente ho fatto un’opera di pulizia, visto che loro, diventati anziani, non ce la facevano più a togliere gli sterpi cresciuti e il bosco si stava ingrandendo troppo, così ho preso il trattore e ho cominciato a risistemare il territorio. Nel frattempo mi ero innamorato di quella piccola vigna fitta e ho deciso di passare dell’economia dell’olivo a quella del Brunello, anche per dare una logica economica e una gestione possibile a questo podere di circa trenta ettari, di cui oggi circa venti di bosco, cinque a vigna tutta a Sangiovese Grosso e il resto a uliveto e qualche campo seminativo”. Come si è sviluppata la tua avventura nel Brunello? “I primi 2,5 ettari di vigna sono stati piantati nel 1999 e oggi abbiamo due ettari a Brunello, un ettaro a Rosso di Montalcino e altri due ettari a Sant’Antimo, tutti su terreni in forte pendenza e completamente circondati dal bosco. Il terreno è quasi tutto galestroso, molto povero e per questo perfetto per la coltivazione della vite, che non riesce a prosperare ed è costretta ad andare in profondità con le radici, per questo i miei vini sono molto minerali. I primi anni vendevo l’uva in vigna, infatti le prime bottiglie di Rosso e Brunello di Montalcino sono della vendemmia 2009 e la prossima avventura futura sarà la ristrutturazione conservativa dell’antico fabbricato del podere, intanto stiamo portandoci l’acqua corrente e già questa è una sfida&#8230;”. Ma cosa ti ha spinto verso il mondo del vino? “Come studi ho fatto il liceo artistico e l’Accademia delle Belle Arti a Firenze, infatti l’etichetta del mio vino è un dipinto che ho fatto negli anni Sessanta per una mostra d’arte estemporanea che si tenne a Montalcino e vinse pure un premio: rappresenta il paese visto dalla villa di Montosoli. Poi nella vita ho fatto l’imprenditore, mestiere che faccio tuttora a tempo pieno, quello della viticoltura è il lavoro delle domeniche e delle feste, ma soprattutto sono innamorato della vita in campagna. Di casa, sia mio padre che mia madre avevano possedimenti rurali, mio padre il podere ‘Canale’ a Montalcino e mia madre il castello di Castelmuzio vicino a Trequanda, dove si faceva vino e c’erano delle cantine grandissime con enormi botti in castagno, così da piccolo ho passato tanto tempo in campagna e ne ho sempre nostalgia&#8230; E poi sono cugino del noto vignaiolo Giulio Salvioni della Cerbaiola, nonché biscugino di Maria Grazia Salvioni, viticoltrice al podere Quercecchio, quindi una famiglia la mia tutta molto legata al Brunello”. Questa new entry del mondo di vino ilcinese è davvero un’interessante sorpresa, Gaetano Salvioni produce un Rosso di Montalcino da favola con una fantastica bevibilità, dalla bocca molto sapida e fresca con ritorni fruttati e tanti aromi floreali, direi un vino croccante e dal tannino filante. E anche il suo Brunello, dalla filosofia molto tradizionale, è davvero una bella scoperta, olfatto ricco e mentolato, bel tannino, è gessoso con bocca speziata, ma dolce con ciliegia candita, ribes nero e finale di liquirizia, un sorso freschissimo, che rilancia su note balsamiche.</p>
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		<title>La Montina di Franciacorta</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jul 2015 08:53:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La tenuta, fra le aziende storiche della meravigliosa e suggestiva Franciacorta, si snoda in Lombardia tra laghi, verdeggianti vigneti e un microclima ideale per la nascita e la crescita d’uve [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La tenuta, fra le aziende storiche della meravigliosa e suggestiva Franciacorta, si snoda in Lombardia tra laghi, verdeggianti vigneti e un microclima ideale per la nascita e la crescita d’uve d’eccellenza. La Montina nasce in Franciacorta il 28 aprile 1987 per volere di tre dei sette fratelli Bozza: Vittorio, Gian Carlo e Alberto.</em></p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-512" title="montina-franciacorta" src="http://www.oinosviveredivino.it/wp-content/uploads/2015/07/montina-franciacorta-150x112.jpg" alt="" width="150" height="112" />L’area vitata si sviluppa su una superficie di circa 72 ettari, dislocati in sette comuni, con giacitura preminentemente collinare, impiantati su terreni calcarei e limo-argillosi con una resa circa di 100 quintali per ettaro con densità di 5.400/7.000 ceppi per ettaro. La cantina si estende per 7.450 m² sotterranei, il che garantisce tutto l’anno la minore escursione termica possibile (attorno ai 13°-16°) e condizione ottimale per la giusta maturazione dei Franciacorta, consentendo alla casa vinicola di vantare una produzione di 380mila bottiglie annue. La tenuta ospita, nei suoi 12mila mq d’estensione, l’azienda vitivinicola La Montina, il wine shop Montina, villa Baiana, Baiana centro congressi, il museo d’arte contemporanea Remo Bianco e l’associazione no profit “dedicato a Te”. Villa Baiana è una dimora risale al 1620, allora proprietà di Benedetto Montini. Acquistata nel 1982 dai fratelli Giancarlo, Vittorio e Alberto Bozza &#8211; che poterono così continuare la tradizione enologica di famiglia &#8211; l’elegante struttura s’immerge con incomparabile armonia nell’antichissima tenuta circondata da uno splendido parco, popolato da antichissimi alberi che ne narrano la storia. La Montina è l’unica struttura in Europa che può vantare la proprietà di un vero e proprio museo d’arte contemporanea interno, dedicato principalmente all’artista Remo Bianco (Milano 1922- 1988), famoso nel mondo per le sue opere multimateriche, risultato della combinazione di tecniche e materiali eterogenei tra loro. Ciclicamente il museo ospita personali di artisti contemporanei internazionali, le cui opere vengono fatte vivere nell’inimitabile percorso museale che si snoda tra cantine, botti, sale maestose e bottiglie che riposano sui lieviti&#8230;</p>
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		<title>Il Poggiolo, quarant’anni di Brunello</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Aug 2014 11:00:13 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>L’azienda agricola “Il Poggiolo” nasce nel 1971 per la passione di Roberto Cosimi – imprenditore nel settore della vendita delle macchine agricole di Sant’angelo Scalo, laddove il fiume Orcia segna il confi ne fra la Provincia di Siena e Grosseto – per il vino e il territorio di Montalcino, che acquista un appezzamento di 67 ettari tutti accorpati, ma incolti non lontano dal capoluogo, all’inizio della strada provinciale per Castiglion del Bosco nel versante nord-occidentale della fascia collinare media della denominazione.</em></p>
<p><img class="size-thumbnail wp-image-462 alignleft" title="poggiolo" src="http://www.oinosviveredivino.it/wp-content/uploads/2014/08/poggiolo-150x112.jpg" alt="" width="150" height="112" />“Allora in questa terra non c’era niente – ci dice il vulcanico figlio Rodolfo, Rudy per gli amici, nelle cui mani è oggi il timone – fu mio padre che piantò la prima vigna di tre ettari, allora i produttori di Brunello erano solo 28. Comunque la mia famiglia è sempre stata intimamente legata alla terra, infatti già mio nonno Bramante dal 1940 era un costruttore di macchine agricole e prima era stato contadino al podere Regaccini a Castelnuovo dell’Abate. La nostra prima annata di Brunello fu il 1975, un bellissimo millesimo, ormai sono ben quarant’anni di viticultura e siamo alla terza generazione, infatti mia figlia Viola è già coinvolta in azienda. I primi anni facevamo quattromila bottiglie con la consapevolezza di aver raggiunto per allora un cifra enorme, che quasi non sapevi cosa c’avresti fatto&#8230; Sfortunatamente però mio babbo nel 1984 si è ammalato, una malattia non guaribile, ma curabile, poi ha avuto delle complicazioni e nel 1989 è purtroppo venuto a mancare. Per cui diciamo che, dai primi anni Ottanta in poi, ho messo mano all’azienda e nel 1985 ho creato il primo Brunello Cru ‘Il Sassello’, vestito con una bottiglia per allora futuribile, stretta e lunga, molto particolare: all’epoca infatti nessuno faceva il Cru alla francese a Montalcino, tutti facevano una doppia etichetta, ma per venderla a un prezzo più basso, invece io feci una doppia etichetta ma per venderla a tre volte il prezzo del Brunello base. Da più di trent’anni la mia filosofia è fare vino di qualità cercando di dimenticare i costi che tutto questo comporta. E un ringraziamento davvero particolare lo voglio fare a Cecilia Martinez, mia compagna di vita ormai da 12 anni, che ha sempre lavorato duramente con me, supportandomi in tutte le scelte, senza mai limitare la mia innata fantasia e creatività: sono curioso per natura, sempre alla ricerca di nuove tecniche, amo sperimentare e non mi stanco mai di provare, riprovare e cercare di suscitare emozioni per trasmettere la mia sfaccettata personalità attraverso i vini”.<em></em></p>
<p><em>Quali sono oggi i numeri de Il Poggiolo?</em> “Abbiamo 7,5 ettari di proprietà al di sopra dei 400 metri slm per la maggior parte coltivati a Sangiovese con piccole percentuali di Syrah, Merlot e Pinot Noir e un ettaro in affi tto, nonché due ettari nel Montecucco, dove però facciamo solo Rosso Toscano, non rivendicando la doc: complessivamente produciamo un totale di 50/60mila bottiglie annue. Come tipologia di prodotti facciamo tre Brunello base, due Riserve di Brunello, che cerchiamo di fare in tutti quasi tutte le annate, a meno che proprio non ne valga la pena e due Cru di Brunello &#8211; il Beato e Il Mio Brunello, ma solo nelle annate a cinque stelle”.</p>
<p><em>Rudy, vista la Tua originalità, come si differenziano i tre Brunello annata?</em> “Il Bramante Cosimi, in onore di mio nonno, è un blend di più vigne, vinificato in vasche d’acciaio e affi nato in botti grandi mai nuove, che abbiano un legno piacevole, ma non aggressivo, è un vino subito pronto da esser bevuto appena viene presentato al mercato, mentre gli altri due sono più da invecchiamento. Il Poggiolo è vinificato in acciaio e affinato in tonneaux e barriques, stando sempre attenti alle tostature e alle provenienze geografiche e il Terra Rossa, da un terreno ricco di sedimenti ferrosi, è vinificato in tini di legno e affinato in tonneaux e barriques con un 10% di rovere americano, che gli dà questo sapore di speziato e mineralità, che tanto piace nel Nuovo Mondo. Del Poggiolo e Terra Rossa faccio anche la versione Riserva, che si differenziano per un anno in più di legno e per il fatto che uso la bottiglia satinata. Infine faccio due Rosso di Montalcino, Sassello e un cru che si chiama Quello Buono, solo nelle annate speciali”.</p>
<p><em>Infine ci devi parlare del Beato, il Tuo top di gamma prodotto in quantità limitatissime&#8230;</em> “Ha una lavorazione un pò particolare, intanto solo i migliori grappoli di un unico vigneto, la vinificazione avviene in tonneaux con follatura manuale senza uso di pompe e la maturazione dura 36 mesi in tonneaux da 500 litri di tre tipi di rovere francese diversi, sempre nuovi, col risultato di un un rosso dal color rubino carico, profumi intensi, potente ed elegante allo stesso tempo, con richiami floreali di viola, mammola e lampone, avvolti da filamenti di spezie. Invece il cru Il Mio Brunello è un vino che si deve raccontare solo tramite il bicchiere, la lavorazione sono fatti miei, rispettando naturalmente le norme del disciplinare”. La differenziazione della configurazione stilistica dei vari vini del Poggiolo, che mai cadono nell’anonimato, segue la convinzione che i diversi terroirs del ‘continente Montalcino’ vadano esaltati nelle loro diverse particolarità, solo con l’obiettivo di fare vini buoni.</p>
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		<title>Il timone del Greppo è ora nelle mani di Jacopo Biondi Santi</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Oct 2013 15:06:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo che il padre Franco Biondi Santi ha avuto la guida della cantina per ben 43 anni, dalla morte del padre Tancredi nel 1970 fino alla sua scomparsa a 91 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-365" title="biondisanti" src="http://www.oinosviveredivino.it/wp-content/uploads/2013/10/biondisanti-150x112.jpg" alt="" width="150" height="112" />Dopo che il padre Franco Biondi Santi ha avuto la guida della cantina per ben 43 anni, dalla morte del padre Tancredi nel 1970 fino alla sua scomparsa a 91 anni nell’aprile 2013, oggi il timone de “Il Greppo” passa al figlio Jacopo. Classe 1950, come tradizione vuole nelle grandi famiglie, porta il nome di un personaggio importantissimo nella saga dei Biondi Santi, l’avo Jacopo Biondi, la cui nobil famiglia proveniva dalla città di Pomarance, che, sposando Caterina Santi, figlia di Clemente e generando Ferruccio Biondi Santi &#8211; garibaldino che riprese intorno al 1870 la selezione clonale del padre e del nonno Clemente, inventore del Brunello, ripiantando tutti i suoi vigneti e vinificando successivamente in purezza &#8211; creò appunto la dinastia dei Biondi Santi.</p>
<p>Rappresentante della sesta generazione della famiglia del Brunello, in Jacopo Biondi Santi, grande appassionato di caccia e mare, si equivale da sempre la voglia di custodire la tradizione del Brunello di Montalcino con l’altrettanto entusiastica carica di sperimentare, anche questa una delle passioni di famiglia, che aveva portato Clemente Santi, già nel 1867, a esser premiato per il suo Moscatello di Montalcino all’Esposizione Universale di Parigi. Jacopo respira fin dall’infanzia l’aria delle cantine del Greppo, apprendendo tutti i segreti del mondo del vino e, dopo varie sperimentazioni enologiche, nel 1997 decide di iniziare una sua personale avventura vitivinicola in terra di Maremma, acquistando il suggestivo castello di Montepò, una tenuta di ben 520 ettari. “Quando arrivai a Scansano c’erano solo tre ettari di vigneto &#8211; oggi ne sono a dimora 52 &#8211; ma scelsi questa tenuta perché ne intuii da subito le peculiari caratteristiche, ci sono infatti addirittura 14 varietà di galestro, presenti a seconda delle varie zone e dei diversi sali minerali disciolti nel terreno. Essendo Montepò su un colle, al centro di un’alta valle aperta verso nord, ha una particolarità microclimatica molto importante: è come avere a disposizione tutto il territorio di Montalcino, tutte le esposizioni e le altitudini da 0 a 600 metri, così ho potuto scegliere le varie microzone, dove ho piantato, secondo uno studio scientifi co climatico e microzonale, trasformando le caratteristiche del famoso clone BBS/11 (Brunello Biondi Santi, vite n°11), indirizzandolo dai profumi terziari, tipici dei vini da grande invecchiamento, ai profumi primari, quelli cioè propri di vini più immediati e intensi. Devo dire che sono davvero molto soddisfatto dei successi di questa mia nuova linea di vini Biondi Santi, che affianca alla grande tradizione del Brunello, con duecento anni di storia alle spalle, un‘innovazione frutto di un rigoroso studio scientifico, due linee di vini parallele con un’origine comune, grazie alla tipizzazione del prodotto, alla qualità, all’immagine e al legame vero con la terra”. Jacopo, ora che hai raccolto il testimone, come pensi di rapportarti con l’eredità della tua famiglia, quali saranno le linee guida che tracceranno il futuro? “Come successore in linea diretta di mio padre, imprenditore agricolo a titolo principale, voglio sottolineare che qui, dove è nato il Brunello, manterrò fedelmente la tradizione, sostanzialmente non si cambierà nulla di quanto fatto e custodito fino a oggi da mio padre Franco e dai nostri antenati. È una grossa responsabilità che mi sono preso anche per il mio senso di attaccamento al territorio. La nostra lunga tradizione è stata in grado di disegnare una realtà che è riconosciuta oggettivamente valida e prestigiosa dal mondo del vino e dal mercato. A Montalcino andremo avanti con assoluta continuità: il nostro Brunello sarà sempre lo stesso, con la stessa metodologia di produzione, con uve dalle nostre vigne di BBS/11, il clone di Sangiovese che venne tipizzato dal mio bisnonno Ferruccio Biondi Santi, la cui storicità è garantita dal tramandarsi di piante madre-figlia. E io difenderò questo patrimonio storico e qualitativo con la stessa dedizione e tenacia con cui lo ha fatto mio padre. L’innovazione per produrre tutt’altro tipo di vini continuerò a farla in Maremma, che considero come una seconda strada dei Biondi Santi, dove ho condotto ricerche sulla microzonazione che, peraltro, convalidano in maniera scientifica il concetto di cru alla francese, dato che si è dimostrato, studiando lo stesso clone BBS/11 portato da Montalcino, come la microzona cambi effettivamente le caratteristiche dell’uva e quindi del vino. Saranno due linee parallele, da un lato la tradizione, da difendere e conservare a Montalcino, tra le mura dove un vino-mito come il Brunello è nato e tra le vigne dove è davvero unico, dove il Sangiovese non è ‘un Sangiovese’ ma il clone specifico selezionato dalla mia famiglia, di cui, per altro, porta il nome, dall’altro la sperimentazione, portata avanti con quello spirito di ricerca anch’esso proprio della storia di famiglia e senza il quale, probabilmente, duecento anni fa non sarebbe nato neanche il Brunello, che cammineranno insieme in armonia, ma completamente separate”. Come saranno i vini del Greppo firmati Jacopo Biondi Santi? “Ci saranno certo dei piccolissimi aggiornamenti sul fronte produzione, ma che non andranno a intaccare minimamente le caratteristiche dell’uva. Per quanto riguarda la tipologia ‘Brunello Riserva’ non andremo a toccare nulla, piuttosto rivedremo, sempre con molto tatto, il periodo vendemmiale, la fermentazione e l’affinamento, ciò ci guiderà nel tempo verso una lenta evoluzione sia della tipologia ‘Brunello Annata’ che del ‘Rosso di Montalcino’, che verranno leggermente spostati verso caratteristiche organolettiche più improntate alla pronta beva, piuttosto che al grande invecchiamento, a cui è già destinato il ‘Brunello Riserva’. Il ‘Brunello Annata’ e il ‘Rosso di Montalcino’ dovranno essere prodotti più vicini al consumatore, l’obiettivo è arrivare subito all’eleganza, senza dover aspettare decenni. A mio avviso, soprattutto il Rosso di Montalcino deve essere un vino un pò più ‘rotondo’, che andrà consumato nei primi 5/10 anni di vita e questo si può fare lasciando inalterate le caratteristiche dell’uva, solo andando a modificare alcuni processi tecnologici. Ma tutto ciò non cambierà minimamente la filosofia e la mentalità del Greppo”. Come vedi dal Greppo la realtà del Brunello? “A Montalcino convivono molte idee discordanti su temi che, invece, dovrebbero esser condivisi in maniera omogenea e forte, sembra che si voglia andare verso strade sconosciute e c’è un malumore di fondo che bisognerebbe affrontare. Non si può pensare di cambiare il disciplinare del Brunello solo per ragioni e dinamiche puramente d’interesse personale o di mercato, non scordiamoci che ci sono voluti ben duecento anni per costruire la credibilità commerciale di questo prodotto. Al momento che si andasse verso un blend, come stanno facendo i nostri confi nanti, sarebbe per noi un clamoroso ‘autogol’, che forse potrebbe dare dei risultati economici iniziali, ma che, a distanza di anni, porterebbe a un progressivo degrado del mercato e a perdere le peculiarità delle microzone. Andare a tagliare al 15% con vitigni a bacca rossa che hanno tutt’altro tipo di evoluzioni, signifi cherebbe omologare un sistema di viticultura su terreni e realtà tra loro eterogenei, partendo proprio dai fattori climatici, così rimarrebbe impossibile individuare e riconoscere le diversità che i vari versanti del ‘continente Montalcino’ esprimono e che sono la nostra forza. Ciò che rende unica la realtà ilcinese, dal punto di vista del mercato, sono infatti le microzone, forse l’unica peculiarità che ci distingue, ma questo è un discorso che ancora a Montalcino non si è ben compreso. In un momento come questo, dove, grazie alle nuove tecnologie, è possibile creare vini identici in più parti del mondo, è opportuno per noi distinguerci creando molti diversi Brunello”. Al Greppo sempre botte grande? “L’affinamento in barrique non è pensabile, significherebbe andare completamente fuori strada per il Brunello sia in fatto di tipizzazione che di profumi, ha solo bisogno di un lento affinamento in botti grandi di rovere di Slavonia”. Pensi di continuare con la tradizione della ricolmatura aperta anche ai collezionisti, per cui le vostre antiche riserve sono un cult? “Certamente, il rito della ricolmatura è un’operazione preziosa, che al Greppo è stata effettuata fin dal 1927 per controllare lo stato di conservazione del vino e prolungare ancora per decenni la vita delle Riserve, che sono delle testimonianze vive della storia del vino italiano. La nostra cantina è stata le prima che ha introdotto la filosofia e la pratica dei vini da grande invecchiamento nella cultura enologica italiana. Anche il grosso acquisto nel marzo scorso da parte del ‘Bottled Investiment Fund’ guidato da Sergio Esposito di settemila bottiglie di Riserve Biondi Santi dal 1945 al 1975 per quattro milioni di euro, una della più grandi vendite della storia di vini ‘blue chip’ e la più grande nella storia dei vini italiani da investimento, è stata per noi una gran dimostrazione del valore oggettivo riconosciuto a livello internazionale alle nostre antiche Riserve. E nel “caveau” del Greppo riposano ancora due Riserve 1888, cinque Riserve 1891, tre Riserve 1925, cinque Riserve 1945, 258 Riserve 1955, 229 Riserve 1964 , 204 Riserve 1970 , 672 Riserve 1971, 954 Riserve 1975, fermandoci alle annate più vecchie, alcune delle quali mettiamo ancora a disposizione di appassionati e per degustazioni esclusive”. Caro Jacopo, tanti sinceri e calorosi auguri di cuore per questo tuo delicato e impegnativo compito al timone del Greppo&#8230; “Grazie, ma per concludere vorrei rendere omaggio a mio nonno Tancredi e a mio padre Franco. Mio nonno, con cui sono cresciuto e alla cui figura sono molto legato, ha avuto il merito di sistematizzare il protocollo di produzione del Brunello di Montalcino, tanto che fu uno degli ispiratori e promotori della creazione del disciplinare. Egli impresse nuovo slancio alla produzione, introdusse la pratica della ‘ricolmatura’ delle antiche Riserve (storica quella realizzata nel 1970 alla presenza dello scrittore Mario Soldati e del maestro della critica enogastronomica italiana Luigi Veronelli) con vino della stessa annata (la prima volta fu nel 1927 per le Riserve 1888 e 1891) e fu l’artefice della Riserva 1955, unico vino italiano inserito dalla rivista Usa ‘Wine Spectator’ tra i dodici migliori vini del Novecento al mondo. Mio padre ha avuto il gran merito di aver diffuso e consolidato la nostra immagine nel mondo ed è stato il grande difensore e custode della tradizione Biondi Santi. Mi piace ricordarlo durante la storica ‘degustazione del secolo’, tenutasi al Greppo il 28 settembre 1994, durante la quale presentammo ai più importanti giornalisti enoici del mondo 15 nostre Riserve, cento anni di Brunello Biondi Santi dal 1888 al 1988”.</p>
<p><em>Andrea Cappelli</em></p>
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		<title>Sada · Da un solo grappolo nascono tre Vermentino</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Oct 2013 15:17:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il progetto vitivinicolo della famiglia Sada, subito orientato verso la qualità con l’obiettivo di produrre vini eleganti con un proprio stile e una precisa identità, nasce nel 2000 a Casale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-371" title="sada" src="http://www.oinosviveredivino.it/wp-content/uploads/2013/10/sada-150x112.jpg" alt="" width="150" height="112" />Il progetto vitivinicolo della famiglia Sada, subito orientato verso la qualità con l’obiettivo di produrre vini eleganti con un proprio stile e una precisa identità, nasce nel 2000 a Casale Marittimo, dove il suggestivo panorama offerto allo sguardo, dall’alto delle colline a un’altitudine di circa 300 metri, domina il mare con sullo sfondo le isole dell’arcipelago toscano.</p>
<p>L’idea si basa sulla convinzione che il vino debba essere la naturale espressione del luogo ove viene prodotto, nel totale rispetto delle caratteristiche delle uve e della riconoscibilità territoriale. Ma in una zona di grandi rossi internazionalmente riconosciuta, Davide Sada, insieme alla moglie, la contessa Cristiana Durini di Monza e ai figli Alfonso, Eugenia e Angelica decide discommettere anche su un interessante vitigno bianco autoctono. Così, su suoli di argilla e arenaria, vengono messi a dimora otto ettari di Vermentino con esposizione sud-sud-ovest. “L’esistenza di una ristorazione di gran qualità nelle tante località costiere toscane – ci dice Davide &#8211; ha sempre spinto i turisti, che soggiornavano o passavano dalla zona, a fermarsi abitualmente per gustare i piatti della tradizionale cucina di pesce, ma, al momento della scelta del vino da abbinare, si entrava in crisi perché non c’era offerta di vino bianco locale di qualità, costringendo gli avventori a rivolgersi verso i bianchi del Nord Italia. Per sopperire a questa carenza &#8211; continua Sada &#8211; fortunatamente negli ultimi anni in Toscana, prevalentemente sulla costa, è iniziata una qualificata produzione di vini bianchi a base Vermentino, che stanno avendo un gran riscontro nei gusti del consumatore. Così finalmente i gourmet, con gran soddisfazione, trovano quello che cercano, cioè i frutti del territorio, perché la gente sempre di più ormai vuol bere locale. Oggi, grazie a questo successo del Vermentino e al raggiungimento di una qualità eccellente di tante cantine, c’è una massa critica di buona qualità ormai riconosciuta, che sta anche iniziando a muoversi nel mondo. E poi il Vermentino è un vitigno simpatico con una certa struttura e una buona gradevolezza di beva, che fortunatamente dona tipologie di vini molto diversi nei vari terroir vocati di Sardegna, Liguria e Toscana: ma la qualità del vino ormai non sta solo nella sua gustosità, ma anche nella qualità delle uve in vigna, che bisogna trattare nel modo più naturale possibile per rispettare anche la salute del consumatore. Perché dopo una romantica cena di pesce, magari “pieds dans l’eau” davanti al mare, accompagnata da una buona bottiglia di Vermentino, al mattino successivo devi star bene, senza acidità o bruciori di stomaco. Altro fattore fondamentale che oggi conta molto è riuscire a offrire qualità, ma con un prezzo adeguato al desiderio e alle possibilità del consumatore. Noi, per esempio, siamo biologici – certo il fatto di essere in collina ci aiuta perchè la costante ventilazione permette di avere vigne asciutte e meno attaccabili dalle malattie &#8211; e questo di per sé rende il prodotto qualitativo, ma tutto ciò non può corrispondere direttamente a prezzi alti, anche se bisogna avere gran rispetto per le aziende in regime biologico &#8211; conclude Davide &#8211; perché fanno veramente uno sforzo, anche economico, andando più di zappa che di chimica”. Ma la particolarità è che da una sola vigna di Vermentino nascono addirittura ben tre diverse tipologie di vino, a parlarcene Alfonso Sada: “La nostra avventura col Vermentino in purezza inizia con la vendemmia 2005, viene vinificato a freddo in acciaio e presenta un color giallo paglierino con riflessi dorati, i profumi floreali donano note tropicali, in bocca è fresco, dal gusto pieno e sapido, accompagnato da una gran mineralità, particolare freschezza e buona lunghezza. 50mila bottiglie di un Vermentino ghiotto, che dà voglia di berlo e riberlo, secondo il nostro motto ‘fiero di esser bianco’. I migliori abbinamenti sono con le carni bianche, perfetto per il coniglio e tutti i piatti di pesce cucinati senza pomodoro e lunghe cotture, ma anche per accompagnare una fresca pasta al pesto. Il secondo nato nel 2006 è la ‘vendemmia tardiva’, la cui raccolta manuale, tra fine ottobre e metà di novembre &#8211; durante la quale si realizzano più passaggi, selezionando i grappoli al voluto grado di maturazione &#8211; viene effettuata a uve sovramature e sempre in attesa di condizioni climatiche favorevoli allo sviluppo, almeno parziale, di Botrytis cinerea, ossia la ‘muffa nobile’, che si forma solo negli autunni non piovosi in una piccola parcella della nostra vigna. Si procede alla schiccolatura a mano, effettuata con pazienza dalle nostre donne – continua Alfonso – alla pigiatura, alla torchiatura con un vecchio torchio manuale e all’avvio di una lenta fermentazione in una prima fase in acciaio per poi continuare in piccoli fusti di rovere francese, dove il prodotto matura per tre anni. Sono solo poche migliaia di bottiglie e purtroppo abbiamo dovuto saltare le seconannate 2007, 2009, 2010 e 2012, che non presentavano le particolari condizioni climatiche richieste. Di color giallo oro antico e riflessi ambrati, al naso è avvolgente, di gran complessità, intensamente aromatico con sentori di miele e frutta secca, in bocca si presenta ampio e vellutato, di straordinaria lunghezza, con note di scorza d’agrumi candita, fichi e albicocche essiccati. I migliori abbinamenti sono con dolci non troppo burrosi a base di pere, è meraviglioso con le crostate, coi gelati alla vaniglia, con la gran selezione di formaggi italiani importanti, ma di non troppo lungo invecchiamento, perfetto col gorgonzola dolce. L’ultimo nato con la vendemmia 2012 è lo spumante brut metodo charmat ‘Versò’, 95% Vermentino e 5% Sauvignon Blanc in solo seimila pezzi. Dal color giallo paglierino brillante con bagliori verdi, al naso una varietà di piacevoli aromi si sussegue allegramente, passando dai freschi sentori dei fiori d’acacia e biancospino a quelli fruttati di pesche bianche mature e mele renette. Al gusto un perlage finissimo, intenso, numeroso e persistente abbraccia, in una piacevole carezza, tutta la bocca, inondandola di crepitante freschezza e avvolgendola di cremosità satinata per lasciar spazio a un fi nale lungo e sapido, sostenuto da una bella spalla acida e guidato da persistenti e rinfrescanti note agrumate di pompelmo rosa e bergamotto. Seppur contribuisca solo col 5%, il Sauvignon Blanc si sente nella gustosità e nella complessità, contribuendo nei profumi e nella dolcezza. Abbiamo voluto creare questo vino per dare la possibilità agli appassionati del nostro Vermentino di poterlo assaggiare anche nell’insolita versione spumantizzata, un prodotto molto artigianale, fatto in piccole quantità, ma di gran qualità, semplice e senza pretese, ma estremamente gradevole e con un prezzo adeguato. Una bollicina che soddisfi il desiderio di un vino spumantizzato – conclude Alfonso &#8211; che è risultato molto versatile sia per aperitivi che per tutto pasto, perfetto per il fritto misto di pesce caldo col Versò molto freddo, ma anche per i dolci. Perché il Vermentino sia finalmente libero anche di spumeggiare!”.</p>
<p><em>Michele Dreassi</em></p>
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		<title>Il Canalicchio di Franco Pacenti</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 08:42:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La famiglia Pacenti si stabilì nel Comune di Montalcino agli inizi del Novecento, conducendo dapprima i terreni a mezzadria, spostandosi così da un podere all’altro, per divenire poi proprietari. L’azienda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-314" title="canalicchio" src="http://www.oinosviveredivino.it/wp-content/uploads/2013/04/canalicchio-150x112.jpg" alt="" width="150" height="112" />La famiglia Pacenti si stabilì nel Comune di Montalcino agli inizi del Novecento, conducendo dapprima i terreni a mezzadria, spostandosi così da un podere all’altro, per divenire poi proprietari. L’azienda agricola fu fondata negli anni Sessanta da Rosildo Pacenti con la moglie Quinta e la prima bottiglia di Brunello “Canalicchio” fu della bella annata 1968.</p>
<p style="text-align: justify;">Il figlio Franco, classe 1958, affianca il padre nel lavoro della terra fin dall’adolescenza, infatti saliva subito sul trattore appena tornato da scuola, che lasciò presto per fare il vignaiolo, contribuendo in maniera determinante allo sviluppo dell’azienda sin dai primi passi. Fondata come una tipica azienda promiscua del tempo, il “Canalicchio” &#8211; borgo divenuto poi famoso per la pluriennale tradizione vitivinicola &#8211; si è specializzata cogli anni nella produzione del famoso Sangiovese Grosso di Montalcino. L’azienda è gestita tutt’oggi a conduzione familiare da Franco, affiancato dalla moglie Carla e con l’aiuto dei figli Lisa, Serena e Lorenzo &#8211; terza generazione della famiglia Pacenti – che, con la stessa passione, dedizione al lavoro e amore per la terra, saranno il futuro di questa cantina. Tradizionalista convinto, Franco, toscano purosangue, coltiva un solo vitigno, il Sangiovese, imprimendogli tratti altamente territoriali, che, con l’estrema cura in cantina e l’instancabile lavorazione in vigna, portano a vini austeri e importanti, che uniscono l’eleganza alla potenza, nell’estremo rispetto della tradizione. L’azienda copre una superficie di circa 36 ettari, di cui dieci coltivati a vigneto e uno a oliveto, alle propaggini della collina su cui si distende il centro storico medievale di Montalcino. L’areale della “sottozona Canalicchio” è quello del versante nord, che può esser annoverato fra quelli a più spiccata vocazione dell’intera denominazione, una delle zone classiche e storiche di produzione del Brunello, dove il Sangiovese matura in maniera lenta e meditata per donare vini con profumi di una profondità olfattiva complessa e variegata. I vigneti, suddivisi in sei appezzamenti, impiantati dal 1980 al 2002, dislocati in prossimità della cantina, sono esposti a nord est su media collina, a un’altitudine di circa 300 metri s.l.m. e coltivati su terreni di medio impasto, tendenzialmente argilloso. La vecchia cantina, sottostante lo storico casale, è adibita a una parte d’invecchiamento e a piccola saletta degustazione, da dove si può vedere, incastonata in una nicchia, la collezione storica dei vini dell’azienda, dal primo Brunello a oggi, più di quaranta vendemmie montalcinesi. La nuova cantina, realizzata nel 2004, dove una volta sorgeva la stalla (di chianine selezionate), è pianificata in maniera sapiente e perfettamente efficiente, con aree separate per la vinificazione, l’invecchiamento in botte e l’affinamento in bottiglia. Suggestiva è la vista della vinificazione dal ballatoio che la sovrasta: da qui, attraverso una vetrata con inciso il marchio, si possono inoltre ammirare, come in una cartolina, i vigneti e i terreni. Filosofia dell’azienda è l’esaltazione dell’uva Sangiovese, curata amorevolmente, raccolta e selezionata per portare in cantina solo i frutti migliori. Di qui la scelta di vinificare in tini d’acciaio inox a temperatura controllata, con prolungate macerazioni sulle bucce e lunghi affinamenti in botti di rovere di Slavonia medio-grandi (dai 27 ai 50 ettolitri). Nascono così il Rosso Toscana IGT “Il Bersaglio” (3/5mila bottiglie), il Rosso di Montalcino DOC (10/15mila bottiglie), il Brunello di Montalcino DOCG (15/20mila bottiglie) e infine, prodotto esclusivamente nelle annate d’eccezionale qualità e in quantità limitata, il Brunello di Montalcino Riserva, da uve provenienti esclusivamente dalla vecchia vigna del Poggio, di circa trent’anni. Di proprietà della famiglia, può essere visitata inoltre la Chiesa della Madonna degli Angeli, risalente al XIV secolo e recentemente restaurata. E in un’accogliente saletta affacciata sulla bottaia o all’aperto, in un ampio terrazzo con vista sulla Valdorcia e le Crete Senesi, la famiglia Pacenti dà la possibilità agli enoappassionati e agli amanti del cibo genuino d’accompagnare i vini con salumi, formaggi, bruschette e, su prenotazione, piatti tipici della cucina toscana, nel rispetto della filiera corta. In cucina vengono utilizzate infatti solo materie prime di loro produzione e di aziende vicino, cucinate alla vecchia maniera, senza fretta, con maestria ed esperienza, dalle tre donne di casa, in un’atmosfera veramente familiare. L’azienda infatti è anche la casa della famiglia Pacenti, dove poter riscoprire il piacere del convivio e della semplicità dei rapporti autentici, ritrovandosi tutti insieme come vecchi amici, sentendosi tutti come a casa propria per dare ancor più valore a una vera esperienza toscana.</p>
<p><em>Daniela Fabietti</em></p>
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		<title>Tre terroir per un nuovo vino firmato Uccelliera</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Dec 2012 15:20:08 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-275" title="uccelliera" src="http://www.oinosviveredivino.it/wp-content/uploads/2012/12/uccelliera-150x112.jpg" alt="" width="150" height="112" />Il podere “Uccelliera” &#8211; l’etimologia del toponimo rimanda a medievali reminiscenze legate all’affascinante arte della falconeria, una pratica venatoria che si basava sull’uso di falchi o altri uccelli rapaci per catturare prede &#8211; è una trecentesca torre di guardia, antica proprietà della chiesa, costruita all’inizio della zona di Sesta, proprio sotto il borgo antico di Castelnuovo dell’Abate, accanto all’Abbazia di Sant’Antimo, gioiello dell’arte romanica. Quest’anno l’azienda compie 25 anni, costellati da un crescente successo di pubblico e critica, che sono serviti al proprietario Andrea Cortonesi, che proviene da una tradizione familiare intimamente legata all’agricoltura, per conoscere a fondo il suo terroir: “Un quarto di secolo che mi ha insegnato pazienza e dedizione, tecnica e gestioni ben oculate. Dell’agricoltura antica ho appena fatto in tempo a conoscere gli ultimi bagliori, cominciai giovanissimo a lavorare a fianco di mio padre Angelo, entrando poi nel 1979 a far parte della conduzione mezzadrile all’età di quindici anni, maturando comunque quattro anni di esperienza diretta da mezzadro. Il nostro lavoro non era finalizzato al commercio, ma al solo sostentamento. Allora, nell’isolamento e nella solitudine di quel mondo contadino, senza televisione, l’unico rapporto era col mondo animale per il quale avevamo grande rispetto, gli animali per noi erano presenze fraterne e preziose, venivano utilizzati per il lavoro, ma erano anche compagni delle nostre vite, basti pensare che, d’inverno, per sentire meno freddo, si teneva la porta della stalla aperta, dormendo riscaldati dal calore degli animali. Nel 1983 con la mia famiglia ci decidemmo a compiere quel passo a cui da tempo pensavamo: abbandonare l’esperienza mezzadrile poiché ci eravamo resi conto che, per condurre una vita dignitosa acqua, luce, gas e servizi igienici fossero quantomeno irrinunciabili, ‘dettagli’ nient’affatto trascurabili, che però la nostra precedente condizione ci aveva sempre negato. Fummo una delle ultime famiglie del territorio di Montalcino a lasciare l’esperienza della conduzione mezzadrile. Da allora tutto è cambiato rapidamente, ma da quel mondo ho ricevuto l’essenziale, l’amore per la terra a cui chiedere, con rispetto, i frutti per vivere: un’identità fondata sull’onore, la modestia, la curiosità, con quella sensibilità di stampo contadino basata sul rispetto dei ritmi delle stagioni e sull’arte del saper aspettare”. Quella contadina è stata infatti una civiltà che di certo ha avuto molto da insegnare e tutt’ora continua a far parlare di sé, nonostante la nostra era supertecnologica in cui del sudore delle mani e della fronte ci siamo tutti un pò volutamente scordati. Ma non tutti, infatti Andrea Cortonesi è ancora un vero “ragazzo di campagna”, inteso nel senso più genuino e autentico del termine, uno che le mani le adopera davvero e, se son sporche di terra, ben venga, vuol dire tanto lavoro in vigna e buon vino in cantina. Dopo varie esperienze come dipendente in alcune aziende agricole della zona, che gli permettono di accrescere la professionalità agronomica ed enotecnica, Andrea inizia a pensare di condurre la terra in maniera diretta: “Ho potuto acquistare Uccelliera nel 1986, alla morte della contessa Elda Ciacci Piccolomini d’Aragona, grazie al compianto Giuseppe Bianchini: all’epoca dell’acquisto il podere era composto da quattro ettari di terreno vitati scarsamente per un totale di meno di mezzo ettaro di piante poco produttive e molto vecchie. Nel 1987 impianto la nuova vigna e le prime mille bottiglie di Brunello, quasi come esperimento, sono del 1991. Dopo una pausa dovuta alla difficile vendemmia 1992, ecco quella che considero la mia prima vera annata di produzione, il 1993”. Uccelliera si estende oggi per circa dieci ettari, di cui circa sei di vigneti con cloni altamente selezionati, su terreni ricchi di scheletro, argilla sabbiosa e calcare. L’orientamento dei filari, il costante e attento lavoro manuale nei vigneti per mantenere l’equilibrio vegetativo e il diradamento dei grappoli permettono di ottenere uve perfettamente mature, sane e profumate, elementi fondamentali per ottenere un vino equilibrato, ricco di struttura, adatto anche a un lungo invecchiamento. Uccelliera produce circa 50mila bottiglie annue, divise tra Brunello, Rosso di Montalcino e “Rapace”: deciso ed elegante il Brunello, morbido ed equilibrato il Rosso di Montalcino, il Rapace si connota invece per il suo fascino discreto, senza nulla concedere a stravaganze troppo internazionali di un cabernet o di un merlot, che pure contiene. “I miei sei ettari di vigneti sono distribuiti equamente in tre zone ad altezze differenti: quella più bassa, situata a circa 150 metri slm, vicino al fiume Orcia, che è identificata come la zona ‘Le Lunghe’, terre che ho calpestato fin da bambino, quando qui avevamo un oliveto, quella di media collina a 250 metri slm, che sono le vigne accanto all’Uccelliera e infine la parte alta, in zona ‘La Fornace’, a 350 metri slm. Sicuramente il fatto di avere queste tre collocazioni dei vigneti nella zona collinare di Castelnuovo dell’Abate permette al vino di rappresentare e interpretare il territorio nella sua interezza: si parte dalla sensazione molto calda delle uve prodotte nella parte più bassa, si passa alla freschezza nella parte centrale, fino a cogliere una sensazione più floreale nella parte più alta. Per cui, facendo un unico assemblaggio delle zone, modificandone l’integrazione a seconda dell’andamento climatico dell’annata, potremo essere in grado di sintetizzare, nel vino, le caratteristiche complete che il consumatore si aspetta”. E infatti nel prossimo futuro Andrea Cortonesi presenterà un suo nuovo, particolarissimo vino, poche eleganti magnum che racchiudono le diverse espressioni della sua terra, frutto di un lungo progetto di lavoro: “Avere la fortuna di possedere questi vigneti in tre zone diverse della costa di Castelnuovo dell’Abate, un luogo unico e dalle caratteristiche straordinarie, dove il Sangiovese esprime il meglio, significa possedere qualcosa che rappresenta il valore massimo della terra e tutte le potenzialità espressive del vitigno.<br />
È importante che un’azienda produca vini tradizionali di territorio, come il Brunello e il Rosso di Montalcino, ma anche che il viticoltore possa esprimersi in maniera più libera e personale, per dare una risposta al sogno del consumatore che chiede, secondo me, un vino evoluto, ma fresco e armonico. Noi sono diversi anni che lavoriamo a questo progetto e non da soli, adesso siamo vicini al traguardo: un lavoro che ha riguardato la terra e il clone di Sangiovese, ma il tutto è stato reso possibile anche dalla partecipazione e sensibilità delle tonnelleries che mi hanno fornito legni francesi unici nelle loro caratteristiche ed età, provenienti da alberi plurisecolari e infine dalla disponibilità della vetreria ad affrontare la sfida della magnum, che Uccelliera non aveva mai prodotto prima, personalizzandola come la normale bordolese, sebbene per numeri esigui”. Ma all’esperienza di imprenditore agricolo, Andrea Cortonesi, vignaiolo dalle idee precise, ma sempre aperto al confronto con gli altri, ha affiancato negli anni anche la passione per la politica: prima consigliere comunale a Montalcino, attualmente è membro del consiglio d’amministrazione del Consorzio del Brunello, sempre con la voglia di portare avanti e supportare il mondo agricolo nei suoi valori più veri.</p>
<p><em>Andrea Cappelli</em></p>
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		<title>Boscarelli, cinquant’anni di viticoltura di qualità</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Dec 2012 11:46:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sono i primi anni Sessanta quando Egidio Corradi, padre di Paola, carico d’entusiasmo, convince la figlia e il genero Ippolito De Ferrari a trasformare un vecchio sogno in realtà: fare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-261" title="boscarelli" src="http://www.oinosviveredivino.it/wp-content/uploads/2012/12/boscarelli-150x112.jpg" alt="" width="150" height="112" />Sono i primi anni Sessanta quando Egidio Corradi, padre di Paola, carico d’entusiasmo, convince la figlia e il genero Ippolito De Ferrari a trasformare un vecchio sogno in realtà: fare un buon vino a Montepulciano.Quella di Egidio, classe 1901, uomo tutto d’un pezzo e da sempre grande appassionato di vino, colonna portante della famiglia, non fu certo una vita noiosa, tanto che si dovette abituare a viaggiare fin da piccolo, lasciando Montepulciano per trasferirsi a Firenze, assieme alla famiglia, già dopo le scuole elementari e dando poi inizio, giovanissimo, alla sua carriera professionale con la “Pozzani e Rusconi”, una delle più grandi società di mediazioni di granaglie. Per esigenze di lavoro cambiò molto spesso città, vivendo a Venezia, Milano, Roma e infine a Genova, dove si decise alla fine a metter su famiglia sposando una Costa, tipico cognome genovese, da cui ebbe la figlia Paola, che già durante la sua infanzia spesso sarebbe tornata a Montepulciano a trovare i nonni, iniziando quel percorso di ritorno alle origini che l’avrebbe riportata in terra poliziana. Nasce così lo storia dell’azienda “Poderi Boscarelli” &#8211; acquisita nel 1962 grazie al sesto senso di Egidio &#8211; nome derivante dal fatto che i due poderi erano circondati da piccoli boschi, che fungevano quasi da parete naturale di quegli antichi casali. Ubicata a 300 metri slm sul versante sud-est di Montepulciano verso la Valdichiana, l’azienda si trova vicino al lago, nella zona di Cervognano, località che, storicamente, si colloca stabilmente tra le migliori per la produzione vitivinicola, vantando un’ottima esposizione e un microclima di grande particolarità, leggermente più caldo rispetto ai dintorni, che, unito a terreni di varia formazione geologica, costituiscono un terroir eccezionale. Un’avventura enologica che parte con le prime vigne piantate già pensando a una produzione di qualità: “Nel 1964 fu piantato il primo ettaro di vigna, soprannominato ‘il Pisciolo’, un lavoro enorme, visto che il terreno prescelto era situato proprio in mezzo ai calanchi – ricorda Paola Corradi De Ferrari – il 1967 fu l’anno della prima vendemmia e il 1968 vide uscire le prime duemila bottiglie Boscarelli: con una scelta coraggiosa, ma senza dubbio vincente, scegliemmo di dare l’intera produzione ad Angelo Paracucchi della Locanda dell’Angelo di Ameglia, un famosissimo ristoratore ligure, che, sorpreso dalla qualità del nostro vino, decise di portarlo in assaggio a un certo Luigi Veronelli. Accadde poi l’impensabile: a Natale di quell’anno uscì sulla rivista ‘Epoca’ un inserto sul vino che ci decretava come uno fra i cento migliori vini italiani. Quel prezioso riconoscimento fu il nostro biglietto da visita per il successo nel mondo del vino. Erano i magici anni dei cosiddetti pionieri, gli anni in cui la favola del Nobile di Montepulciano era agli albori, noi siamo passati alle 30mila bottiglie solo nei primi anni Settanta. Una produzione di nicchia, che veniva venduta principalmente a Genova e dintorni e aveva dalla sua la volontà di far emergere le potenzialità di questo incontaminato angolo di territorio toscano”. All’inizio, gli ettari condotti a vigna erano solo nove, piantati fra il 1962 e il 1970, poi, partire dal 1988, selezionando i vecchi cloni di Prugnolo Gentile, la famiglia ha provveduto a reimpiantare mezzo ettaro all’anno, arrivando oggi a 15 ettari vitati &#8211; la cui età media è di trentacinque anni &#8211; di cui 13,5 nel comune di Montepulciano e 3,5 in quello di Cortona, dove sono stati impiantati Sangiovese, Malvasia, Canaiolo, Mammolo, Malvasia Nera, Canaiolo, Colorino, Merlot e Cabernet con una densità media di circa 6/7 mila barbatelle per ettaro e una resa a pianta piuttosto bassa. I primi anni sono stati caratterizzati dagli investimenti in vigna e in cantina e dalla ricerca delle potenzialità delle singole vigne, tant’è vero che, ancor oggi, ogni singolo appezzamento porta un nome proprio perché sia riconducibile a esso la provenienza delle uve raccolte. E al 1984 data l’arrivo dell’enologo Maurizio Castelli, ancor oggi consulente di Boscarelli. “Nel 1989 – ricordano Paola insieme coi figli Luca e Nicolò, l’uno impegnato nella conduzione enologica, l’altro nella conduzione agronomica – c’è stata una svolta: l’acquisto di quella che denominammo la ‘Vigna del Nocio’ e il progressivo intensificarsi degli investimenti per raggiungere una sempre maggior qualità nella produzione e realizzazione di vini che fossero espressione estrema di questo territorio”. La “Vigna del Nocio”, emblema di terroir, è un luogo molto particolare: non lontana dal corpo aziendale, ha tuttavia una sua specifica connotazione sia dal punto di vista geomorfologico, che per la sua propria ubicazione. Deriva il suo nome da un antico albero di noce che era al suo centro e che, vinto dalla malattia e dal tempo, è caduto, lasciandone comunque inalterato il fascino. Il “Nocio dei Boscarelli”, la cui prima annata è il 1991, raccoglie l’eredità di anni di studio dei De Ferrari, volti a comprendere come il Sangiovese trovasse la sua dimensione e la sua massima espressività in questo territorio: “Non è stata una sfida facile – commentano Paola, Luca e Nicolò – poiché ancor oggi cerchiamo di produrre un Nocio che sia figlio diretto di queste terre, evidenziandone il carattere e impegnandosi costantemente per trovare l’equilibrio tra una cultivar di grande eleganza, come appunto il Sangiovese, ma anche difficile da coltivare. Questo è sempre stato un nostro progetto fin dall’inizio, mantenendo come base ferma la triade monovitigno, tradizione, eleganza”. La fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta sono stati un continuo fermento per l’azienda, che ha ampliato l’estensione vitata e la cantina, oltre ad aver focalizzato l’attenzione sui progetti di reimpianto, che, a poco a poco, nel corso di circa vent’anni e con la selezione dei cloni migliori, porta a realizzare impianti sempre più vocati a un’agricoltura di qualità: “Questa trasformazione ha portato la nostra azienda a una produzione di circa 100mila bottiglie che, con l’entrata in produzione degli ultimi vigneti, potrà farci arrivare alle circa 150mila complessive delle sette diverse etichette, di cui la metà è costituito dal Nobile, 30mila bottiglie tra Rosso di Montepulciano e I.G.T., circa 9mila bottiglie di Nobile Riserva e 6mila di Nocio dei Boscarelli”.<br />
Oggi Boscarelli è ormai un marchio conosciuto nel mondo per la qualità dei suoi vini, che offrono grande eleganza e longevità: “Secondo il mio gusto personale &#8211; conclude la signora Paola &#8211; il momento di godimento migliore del nostro Nobile è tra i 7 e 12 anni d’invecchiamento perché si percepisce tutta l’evoluzione dei profumi, che mantengono pur sempre una buona acidità e una buona frutta. Ma con grande piacere abbiamo però anche accertato che ci sono certe annate che si possono bere anche dopo 20/25 anni! La nostra sfida è quella di produrre vini con una buona capacità di resistere al tempo, sicuri che chi compra una nostra bottiglia possa avere la libertà di aprirla anche dopo anni, senza avere sorprese o delusioni”.</p>
<p><em>Andrea Cappelli</em></p>
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		<title>Simone Castelli presenta il Morellino Podere 414</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2012 16:18:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-146" title="botti-414" src="http://www.oinosviveredivino.it/wp-content/uploads/2012/07/botti-414.jpg" alt="" width="250" height="184" />La Maremma, che è stata una terra dura, bonificata solo nella prima metà dell’Ottocento dai Lorena, Granduchi di Toscana, è oggi rinomata meta enogastronomica, un angolo di Toscana dall’atmosfera ancora ruspante e campagnola. Tra i prodotti più conosciuti, che hanno avuto negli ultimi anni un ruolo determinante nella sua rinascita sia culturale che economica, un posto di rilievo va sicuramente al Morellino di Scansano, una porzione d’alta Maremma interna, la cui storia è quella della fatica e del sacrificio delle persone che hanno combattuto contro una natura avversa per strappare il minimo per la propria sopravvivenza. E anche la storia dell’avventura enologica di Simone Castelli al Podere 414, situato nel comune di Magliano in Toscana, per la precisione alle pendici del borgo di Montiano, in zona Maiano-Lavacchio, al chilometro 14 della strada provinciale 79, s’intreccia con questa realtà: “La verità è che tutto inizia con una passeggiata per le campagne della Maremma alla ricerca di un luogo dove far un buon vino: alla fine della giornata, anche un pò scoraggiato, m’imbatto in questo Podere 414, che è il numero che l’ex-ente di riforma fondiaria, lo storico Ente Maremma, ha attribuito, durante gli anni Cinquanta, all’azienda che ho poi acquistato da una famiglia abruzzese. Allora avveniva il frazionamento del latifondo e la redistribuzione dei terreni, da esso derivanti, alle famiglie coltivatrici, che hanno ereditato un comprensorio assolutamente selvaggio e incontaminato, fatto prevalentemente di boschi e pascoli.<br />
Queste famiglie, adottando un modello agricolo di quasi esclusivo sostentamento, ci hanno lasciato in eredità un territorio praticamente inalterato, caratterizzato da scarsissima antropizzazione, mantenimento del paesaggio originario, bassissimo impatto ambientale da parte delle attività economiche, tanto da far indicare alla Comunità Europea la ‘Maremma Grossetana’, assieme alla Provenza e al Nord della Scozia, come una delle oasi più vicine all’ideale di preservazione naturale di un distretto rurale in tutto il continente”. Simone Castelli &#8211; figlio d’arte dell’enologo Maurizio, che vanta quarant’anni di professione e successi – una laurea in Agraria alle spalle, ha una gran passione per la mountain bike e per il rugby, avendo giocato nella durissima serie C, militando nel “Rugby Grosseto” e proprio con la passione del rugbista si è buttato nel mondo del vino: “La proprietà si sviluppa su 49 ettari, inizialmente esistevano solo circa due ettari di vecchia vigna, poi, nel corso di cinque anni, siamo arrivati a occupare l’attuale superficie di 13 ettari coltivati a vigneto e una decina di nuovi impianti,<br />
in conduzione biologica nel pieno rispetto dell’ambiente.<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-148" title="simone" src="http://www.oinosviveredivino.it/wp-content/uploads/2012/07/simone.jpg" alt="" width="200" height="360" />Data la giovane costituzione dell’azienda, ho potuto organizzare gli impianti secondo i canoni che impone un modello di produzione qualitativa, introducendo alte densità &#8211; circa 6.700 ceppi a ettaro &#8211; e studiando varietà e biotipi ritenuti particolarmente idonei alle condizioni pedoclimatiche specifiche della zona. Nei miei vigneti, che distano solo 20 kilometri in linea d’aria dal mare, le uve di Sangiovese maturano più in fretta, rispetto a quelli dietro i colli di Scansano, ma il vino non prende in sapidità, non arriva il sale. Qui si possono produrre anche vini eccezionali, ma ci si deve lavorare molto, è necessario investire in vigna sulla conoscenza delle proprie uve e sulla tecnologia in cantina, dove bisogna passare molto tempo per capir bene come trattare il sangiovese, senza snaturarlo, poiché è la nostra base.<br />
Purtroppo spesso in questa parte di Toscana ci siamo occupati più del mercato che non del prodotto”. E siccome a Simone le sfide piacciono dure e intense, come una “mischia chiusa”, lui di prodotti ne fa solo uno, ma con gran cura e questa è stata la strada verso il successo: “Penso che questa scelta etica ed emotiva di produrre un solo vino debba essere interpretata dal consumatore come un messaggio di serietà e correttezza, come l’intento, da parte di un’azienda dalle dimensioni artigianali come la mia &#8211; circa 100mila bottiglie annue &#8211; di non disperdere le proprie energie alla ricerca di soluzioni commerciali a effetto, bensì dedicare tutti gli sforzi e far convergere ogni attenzione alla realizzazione e cura di un unico Morellino. In secondo luogo, non me la sono sentita di fare un secondo vino perchè, ogni volta che andavo a distrarre uve dalla base, mi sentivo di impoverirla”.<br />
Il cognome certo ha aiutato Simone Castelli a farsi conoscere sul mercato, che per il 70% è Italia e per il restante 30% Germania, Svizzera e Inghilterra, ma sono il sacrificio personale e l’esperienza maturata a ripagarlo.<br />
La base del Morellino di Scansano Podere 414 è naturalmente costituita dall’85% di Sangiovese, che viene accompagnato dal 5% di Ciliegiolo, vitigno autoctono particolarmente prezioso nel conferire freschezza, frutto e una certa “modernità”, senza dover coinvolgere vitigni internazionali, dal 4% di Alicante ad alberello, atto a impartire un’impronta marcatamente mediterranea, calda, alcolica, speziata e intensa, e dal 3% di Colorino, come coadiuvante nel corredo polifenolico dei precedenti, nonché piccole introduzioni di altri vitigni a bacca nera, tali da contribuire alla complessità fi nale del vino. La vinificazione avviene con metodologia tradizionale in cemento e piccoli tinelli troncoconici di legno, i lieviti sono autoctoni, 20/25 i lunghi giorni di macerazione sulle bucce e frequenti rimontaggi. Questo vino per i tre quarti affina per 12 mesi in botti di piccola dimensione e per la rimanenza in barriques di secondo e terzo passaggio e tonneaux nuove. Il Morellino podere 414, la cui prima annata di produzione fu il 1998, porta infatti in sé tutta la territorialità e il calore della Maremma, è generoso nel colore, negli aromi, nel corpo e si presta molto bene ad accompagnare carni rosse o cacciagione, penso al mitico cinghiale di razza maremmana&#8230; Alla fine questo Morellino rispecchia un pò il carattere di Simone, è un vino vero, con un prezzo accessibile, da bere senza eccessi di cerimonia, ma con una tavola ben imbandita e una buona compagnia di amici.</p>
<p><em>Andrea Cappelli</em></p>
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		<title>Poliziano, nel segno della eno-ospitalità</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 14:38:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-199" title="poliziano" src="http://www.oinosviveredivino.it/wp-content/uploads/2012/04/poliziano1-150x112.jpg" alt="" width="150" height="112" />L&#8217;azienda agricola Poliziano, che prende il nome dall&#8217;insigne poeta che a Montepulciano prese i natali, vanta ormai cinquant&#8217;anni di storia: fu il fondatore Dino Carletti, padre dell&#8217;attuale proprietario Federico, a scegliere questo nome, in omaggio all&#8217;umanista Angelo Ambrogini, detto il &#8220;Poliziano&#8221;, volontà non casuale, che riflette attenzione per il territorio e per la propria storia.<span id="more-55"></span> Fondata nel 1961 su un lembo di 22 ettari per il grande amore verso questa terra, Poliziano si pone da subito l’ambizioso obiettivo di produrre vino di qualità, ma Dino, per motivi di lavoro, non riuscì mai a seguire il nascere di quest’azienda come avrebbe voluto. “Pur impiantando i primi vigneti specializzati della zona, a suggerire a mio padre quell’investimento furono ragioni più di cuore che economiche – ci racconta Federico – dettate dal desiderio di mantenere vivo il contatto coi luoghi della sua infanzia e la cultura della propria terra d’origine. Quel legame, più che produrre immediati risultati nella gestione dell’azienda, influì soprattutto sulle mie scelte formative, che mi portarono a Firenze, dove mi laureai in Agraria nel 1978. Alla fine del 1980 assunsi la direzione dell’azienda, impostando una moderna filosofia produttiva, secondo la mia personale visione dell’agricoltura. Da subito, la passione per l’arte del ‘fare vino’ mi spinse a confrontarmi con le tecniche più avanzate in uso nella viticoltura e nell’enologia internazionale, creando un dialogo sempre più stretto e proficuo con gli specialisti del settore. Ben presto compresi che il rinnovamento dell’azienda poteva avvenire solo attraverso la sintesi fra le migliori conoscenze tecniche, il coraggio e la creatività”. Intuito l’evoluzione che il mondo del vino avrebbe avuto a partire da quegli anni, Federico – vero agricoltore di grande comunicativa e simpatia – si lanciò in quest’attività, puntando da subito alla valorizzazione del prodotto sui mercati esteri. La cantina, risalente al 1965, subisce continue ristrutturazioni e ampliamenti fino alla nuova barricaia nel 2004: visitando Poliziano, ci si rende conto subito di una storia fatta di graduali investimenti, oculatamente eseguiti e consentiti via via dai risultati raggiunti, lo si vede dal sovrapporsi di ambienti vecchi e nuovi, che si sono andati unendo. E ogni volta, l’aumento degli spazi è servito a una gestione più funzionale e soprattutto ha portato un aumento di tecnologia al servizio di una visione chiara e personale del risultato che si vuole raggiungere, e che viene portato avanti col puntiglio di chi si sente in grado di dire la sua.<br />
<img class="alignright size-full wp-image-65" title="poliziano-2" src="http://www.oinosviveredivino.it/wp-content/uploads/2012/04/poliziano-2.jpg" alt="" width="200" height="324" />Il Vino Nobile di Montepulciano era prodotto già dalla fine degli anni Sessanta, ma nel 1983 matura l’idea di realizzare una selezione, dapprima in cantina, poi (dal 1985) direttamente in vigna: nasce l’Asinone, tra i primi “cru” toscani in quegli anni a essere apprezzato anche fuori dai confini nazionali. Fra il 1987 e il 1989 vengono piantati Cabernet Sauvignon e Merlot e nel 1988 nasce “Le Stanze”, splendido supertuscan ricco di fascino ed eleganza. Ma un appassionato come Federico non poteva certo fermarsi ai successi ottenuti nell’area di Montepulciano, nel 1998 inizia l’avventura in Maremma con l’acquisto di una azienda vicino a Magliano in Toscana, Lohsa, che prende il nome dal vicino fiume Osa – per i più curiosi la presenza della lettera “h” vuol essere un delicato richiamo alle origini etrusche. Il terreno sembra davvero ideale per la produzione di un grande vino, galestro, macigno e scheletro minuto, 29 un’altitudine che supera di poco i 100 metri, un’esposizione a sud e sudovest, praticamente perfetta. Con l’annata 2001 nasce il Mandrone di Lohsa, Cabernet Sauvignon all’80%, Petit Verdot e Alicante per il restante 20%, mentre il Morellino di Scansano è ottenuto per il 90% da Sangiovese e per il 10% da Ciliegiolo. Le “Terre del Poliziano” è oggi una realtà che ha raggiunto una dimensione di ben 240 ettari, dei quali 160 di vigne coltivate con cura certosina – 125 a Montepulciano, sette a Cortona, 28 in Maremma – per una produzione di circa 800mila bottiglie tra le sette tipologie di vini prodotti, caratterizzati da tipicità ben definite dai vari vigneti e terreni da cui nascono. “In oltre vent’anni di conduzione viticolo-enologica della mia azienda, mai una decisione è stata presa soltanto col conforto dell’analisi di mercato – continua Carletti – ma tutte le scelte sono state ispirate dalla mia grande passione per l’agricoltura e dalla vera emozione di immaginare e teorizzare una vigna, un’uva, un vino e vederli poi finalmente realizzati, dopo averli seguiti, passo dopo passo, nel corso della loro vita. Il risultato della combinazione di questi ingredienti è la nuova viticoltura di Poliziano, grazie alla quale, da almeno un decennio, i nostri vini, rigorosamente basati sul Sangiovese, meglio noto a Montepulciano con lo storico nome di ‘Prugnolo Gentile’, sanno assumere uno stile internazionale di grande piacevolezza, pur mantenendo un forte legame col loro territorio d’origine”. L’ultima tappa del rinnovamento strutturale garantisce all’azienda anche luoghi di grande qualità per ospitare tutti coloro che guardano al vino con la stessa passione di Federico Carletti: tre sale di degustazione occupano gli spazi dei vecchi uffici e qui personale specializzato farà assaggiare i vini aziendali, abbinando o meno, a seconda dei desideri, una visita guidata della cantina. Fulcro di questo progetto di eno-ospitalità, la sala “Angelo Ambrogini”, costruita sopra la barriccaia e completamente immersa tra i vigneti.<br />
Si tratta di un moderno spazio polifunzionale, destinato a diverse finalità, non solo il luogo privilegiato per la degustazione dei vini aziendali (con mirate incursioni in annate storiche) accompagnati da piatti della tradizione gastronomica locale, frutto però di una rigorosa selezione delle materie prime, ma anche una sorta di “laboratorio” didattico-formativo per toccare con mano la concretezza della filosofia produttiva di Poliziano.<br />
Su richiesta dei visitatori, infatti, il personale potrà realizzare una sorta di breve corso “di formazione”, in cui sarà possibile vedere tutte le attività effettuate direttamente nel vigneto e in cantina, conoscere tecniche viticole, enologiche, il territorio e tutto quanto costituisce “il mondo del Poliziano”.<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-68" title="poliziano-3" src="http://www.oinosviveredivino.it/wp-content/uploads/2012/04/poliziano-3.jpg" alt="" width="300" height="449" />Per clienti e appassionati non solo la semplice visita in cantina, dunque, e neppure soltanto la piacevolezza di un’esperienza sensoriale, ma una vera e propria “full immersion” enoica dal grappolo fino alla bottiglia. “Apro le porte della mia azienda ai consumatori – conclude Carletti – che divengono per me dei veri e propri ospiti, da curare, onorare e far star bene in un ambiente piacevole, confortevole, confidenziale ed esteticamente gradevole, la sala Ambrogini è il nostro fiore all’occhiello, il cuore della cantina, un luogo in cui il tempo si dilata nel conversare, conoscersi e degustare del buon vino”.<br />
Carletti ha messo in piedi un vero e proprio progetto culturale, anzi, per meglio definirlo potremo dire interculturale, i suoi salotti infatti sono frequentati anche da molti stranieri, soprattutto americani. E per ottimizzare la situazione, Poliziano si avvale della collaborazione di una scrittrice madrelingua che, oltre a intrattenere la clientela straniera, fa da anello di congiunzione tra le due culture. Uno scambio, un connubio perfetto, quello tra il gusto e la cultura, tra il piacere delle papille e quello dell’intelletto, quando bere un buon bicchiere di vino significa anche e soprattutto socializzare, comunicare, prendere confidenza con un marchio. Senza scordarsi che da aprile a ottobre è aperto tutti i giorni, compresi i festivi, il suggestivo punto vendita nel centro storico di Montepulciano in Piazza Grande nella splendida cornice di Palazzo Sinatti. Possiamo dire che abbiamo incontrato un agronomo, un enologo, un proprietario terriero, ma soprattutto un imprenditore illuminato, fortemente propositivo nei confronti di un domani che vede con molta determinazione, erede di un’imponente tradizione che, dal vino, dal lavoro e dal contatto con la terra, porta alla socialità e al piacere del ospitalità.</p>
<p><em>Rachele Ricco</em></p>
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